Val Vibrata: L'ultima chiamata dell'Area di Crisi. Oltre i fondi, serve visione.
L'Editoriale. I recenti sblocchi per la mobilità in deroga e i fondi residui dell'Area di Crisi Complessa rappresentano una boccata d'ossigeno o un sonnifero? Fabrizio Annunzi traccia la linea tra la necessaria tutela sociale e l'urgenza di una politica industriale che smetta di guardare allo specchietto retrovisore.
Il sonnifero dei sussidi
La pubblicazione della determinazione regionale dello scorso 20 febbraio 2026, che autorizza la mobilità in deroga per l'anno 2025 nell'Area di Crisi Industriale Val Vibrata-Valle del Tronto Piceno, è tecnicamente una buona notizia. Significa che il sistema di welfare tiene, che le famiglie dei lavoratori espulsi dal ciclo produttivo non vengono abbandonate al loro destino. Tuttavia, se alziamo lo sguardo dai tecnicismi burocratici, il quadro assume tinte meno rassicuranti. Continuare a finanziare la "sopravvivenza" senza un contestuale, aggressivo piano di riconversione industriale rischia di cronicizzare la malattia invece di curarla.
I milioni di euro stanziati negli ultimi cicli di programmazione dal Mimit e dalla Regione non possono servire solo a tamponare le falle di un modello tessile e manifatturiero che, in molte sue parti, appartiene al secolo scorso. Il rischio, tangibile, è quello di creare un'economia "assistita" che attende il bando successivo per respirare, perdendo nel frattempo competitività sui mercati globali dove la parola d'ordine non è più resistenza, ma trasformazione.
Fare sistema o sparire
La vera sfida per la Val Vibrata nel 2026 non è ottenere più fondi, ma spenderli meglio, e soprattutto spenderli insieme. La frammentazione dei campanili, che ha spesso caratterizzato la nostra storia economica locale, è oggi un lusso che non possiamo permetterci. L'etichetta di "Area di Crisi Complessa" non deve essere un marchio di infamia, né tantomeno un bancomat, ma l'occasione per forzare quella sinergia tra pubblico e privato che Fabrizio Annunzi ha spesso auspicato: un marketing territoriale che non si limiti alla promozione turistica, ma che diventi architettura industriale.
Le imprese che sopravvivranno non saranno quelle che compilano meglio la domanda per i sussidi, ma quelle capaci di aggregarsi in filiere corte, digitalizzate e sostenibili. L'integrazione con la Valle del Tronto e il Piceno non deve rimanere sulla carta degli accordi ministeriali; deve tradursi in infrastrutture comuni e piattaforme logistiche condivise. Se i fondi servono a tenere in vita aziende decotte, stiamo sprecando il futuro dei nostri figli; se servono a finanziare startup innovative e la digitalizzazione delle PMI esistenti, allora c'è speranza.
"Non serve una semplice fiera dei sussidi, ma un progetto di marketing territoriale integrato. L'Area di Crisi è uno strumento, non un destino: sta a noi decidere se usarlo per costruire un recinto o per gettare le fondamenta di una nuova economia."
Il tempo delle diagnosi è finito. I fondi ci sono, gli strumenti normativi anche. Quello che manca, troppo spesso, è la visione d'insieme. La Val Vibrata ha le competenze e la tenacia per risorgere, ma deve decidere cosa vuole essere "da grande": un distretto industriale 4.0 o un museo della manifattura sovvenzionato dallo Stato. La risposta non può attendere il prossimo decreto.
Nota di trasparenza: Questo articolo analizza lo scenario economico locale basandosi su dati pubblici relativi all'Area di Crisi Complessa Val Vibrata-Valle del Tronto Piceno e sugli atti amministrativi della Regione Abruzzo (Determinazione DPH012 del 20/02/2026). L'autore non ha conflitti di interesse con gli enti citati.
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