L'Abruzzo è governato dai nomi o dai dossier? La vera architettura del potere regionale
La narrazione pubblica della politica abruzzese si nutre spesso di slogan trionfalistici, rassicurazioni istituzionali e rituali tagli di nastro. Tuttavia, per chi osserva le dinamiche amministrative con la lente dell'intelligence editoriale, la vera grammatica del potere si declina altrove: nelle pieghe silenziose del Bollettino Ufficiale della Regione Abruzzo (BURA), nei decreti presidenziali emessi nel cuore dell'estate e nelle corrispondenze formali recapitate tra i banchi dell'Emiciclo. L'interrogativo che domina la XII legislatura regionale, a due anni dalle ultime elezioni, è spietatamente semplice: l'Abruzzo è governato dai nomi o dai dossier? La risposta, spogliata da ogni appartenenza ideologica e analizzata con il cinismo oggettivo dei fatti, pende inesorabilmente verso la prima opzione. L'architettura del potere costruita dall'esecutivo regionale si rivela, alla prova degli atti, una complessa macchina di ingegneria relazionale, dove il posizionamento dei singoli – e la meticolosa divisione delle sfere di influenza – pesa infinitamente di più della risoluzione delle storiche emergenze strutturali del territorio.
Il divario tra la vetrina pubblica e il retrobottega istituzionale non è mai stato così marcato. Da un lato ci sono le promesse di un rilancio infrastrutturale ed economico; dall'altro c'è una fisiologia del potere che consuma enormi energie intellettuali e temporali per oliare gli ingranaggi delle correnti, placare i malumori dei consiglieri non eletti nelle giunte e garantire che ogni agenzia regionale sia presidiata da figure di assoluta garanzia politica. In questo ecosistema, il "dossier" diventa un elemento accessorio, un pretesto tecnico per giustificare l'ennesima riorganizzazione di un ente, mentre il vero obiettivo rimane il controllo capillare della filiera amministrativa e delle centrali di spesa.
La giostra delle federazioni e l'attesa degli otto assessori
Il secondo mandato del Presidente Marco Marsilio ha indubbiamente cristallizzato un'egemonia di Fratelli d'Italia all'interno della coalizione di centrodestra. Questa preponderanza numerica, tuttavia, ha generato reazioni di insofferenza nelle formazioni civiche satellite, strutturalmente necessarie per la vittoria ma numericamente troppo deboli per reclamare poltrone di primissimo piano. Il caso più emblematico e documentato, consumatosi nei primi mesi del 2025, rivela la fragilità di un sistema basato prevalentemente sulle aspettative di incarico piuttosto che sulla coesione programmatica.
Il protagonista di questo scontro a bassa intensità è Luciano Marinucci, ex sindaco di San Giovanni Teatino, eletto nella lista civica "Marsilio Presidente" con un considerevole bottino di 2.164 preferenze. Nonostante il peso elettorale personale e il ruolo formale di capogruppo, Marinucci si è ritrovato rapidamente ai margini della stanza dei bottoni, relegato al compito di semplice segretario della commissione Vigilanza. Una sorte analoga è toccata all'altro eletto della civica, Gianpaolo Lugini, portatore di 1.010 voti. L'assenza di strapuntini di peso – nessun assessorato, nessuna presidenza o vicepresidenza di commissione strategica – ha innescato una crisi tanto rapida quanto surreale, documentata in modo impietoso dalle cronache locali.
Il 25 febbraio 2025, Marinucci ha rotto gli indugi inviando una nota formale e protocollata al Presidente del Consiglio regionale, il forzista Lorenzo Sospiri, e al capogruppo di FdI, Massimo Verrecchia. L'oggetto della missiva era netto: "lo scioglimento, con effetto immediato della federazione costituita in data 23 aprile 2024" tra la sua civica e il partito di maggioranza relativa. Un vero e proprio strappo istituzionale che ha rischiato di alterare profondamente i delicati equilibri dell'Emiciclo, alimentato peraltro dalle voci insistenti di un possibile passaggio dello stesso Marinucci tra le file di Forza Italia. Rompere una federazione consiliare significa sottrarre tempi di parola, rinegoziare i fondi per i gruppi e, soprattutto, lanciare un segnale di aperta ostilità politica all'esecutivo.
Eppure, la grammatica del potere abruzzese prevede che le rivoluzioni durino lo spazio di un mattino. Appena ventiquattro ore dopo, il 26 febbraio, è arrivato un clamoroso contrordine: una nuova comunicazione ufficiale annullava la precedente e confermava la validità della federazione in essere. Questa "notte da separati in casa" non è un mero aneddoto di folclore politico. È l'esatta, oggettiva misurazione del potere di ricatto interno. Dietro questi movimenti tattici e questi improvvisi mal di pancia si cela un orizzonte legislativo ben preciso, un "dossier" che curiosamente unisce tutta la maggioranza: l'attesa spasmodica per l'approvazione del progetto di legge nazionale che consentirà alle Regioni con meno di 2 milioni di abitanti, come l'Abruzzo, di allargare la propria giunta da 6 a 8 assessori. La politica regionale appare dunque deliberatamente "congelata", ostaggio di un'attesa calcolata per due poltrone in più che avrebbero il potere magico di placare le ambizioni frustrate e stabilizzare definitivamente la maggioranza. I dossier amministrativi reali, nel frattempo, possono comodamente attendere nei cassetti.
AreaCom e il risiko degli organi di garanzia
Se nell'aula del Consiglio regionale si combatte con le lettere di protocollo per conquistare un assessorato futuro, nel fitto sottobosco degli enti e delle agenzie regionali la vera partita si gioca quotidianamente sugli organi di gestione, direzione e garanzia. Le nomine in questi ambiti non sono mai semplici premi di consolazione. Al contrario, rappresentano veri e propri avamposti strategici per il controllo della spesa pubblica e della contrattualistica. Il caso dell'AreaCom (Agenzia Regionale dell'Abruzzo per la Committenza, ex ARIC), recentemente riordinata e potenziata attraverso la Legge Regionale n. 25 del 6 giugno 2023, è paradigmatico di questa prassi consolidata.
L'AreaCom non è un ente burocratico qualsiasi: è la grande centrale di committenza che gestisce appalti per svariati milioni di euro, sovrintende alle infrastrutture informatiche e centralizza gli acquisti per conto della Regione. È, in sintesi, il polmone finanziario e procedurale dell'amministrazione. La gestione delle figure di vertice e di garanzia all'interno di questa e altre agenzie segue logiche di rotazione continua, dimissioni tattiche e riposizionamenti incrociati ("promoveatur ut amoveatur") che tradiscono una profonda ossessione per l'occupazione delle caselle, spesso a discapito della fisiologica stabilità gestionale.
I documenti pubblicati sul BURA non ammettono repliche. Con il Decreto n. 11 dell'11 agosto 2025, il Presidente del Consiglio regionale ha conferito al Dott. Roberto Tagliente il delicato incarico di Revisore legale dell'Agenzia di Protezione Civile regionale. Di conseguenza, accettando la nuova destinazione, Tagliente ha rassegnato le dimissioni dall'incarico di Revisore Legale dell'AreaCom, posizione che ricopriva stabilmente dal dicembre 2022. Questa improvvisa "vacatio" al vertice contabile dell'agenzia per la committenza ha innescato una reazione amministrativa di efficienza sorprendente: lo stesso 11 agosto è stato firmato e approvato l'Avviso pubblico per la presentazione delle candidature destinate alla nomina del nuovo Revisore dei conti, poi regolarmente pubblicato sui bollettini speciali di fine agosto.
Il tempismo perfetto, orchestrato nel cuore della pausa estiva, dimostra inequivocabilmente come la complessa macchina burocratica regionale sia capace di operare con velocità fulminea quando si tratta di riempire i vuoti di potere e ridisegnare gli assetti di controllo. Non sfugge agli osservatori istituzionali che queste figure tecniche – le quali affiancano Direttori Generali operativi come Donato Cavallo e succedono a professionisti di lungo corso come Antonio Bizzarri – costituiscano il vero perno della supervisione contabile in un comparto dove le scelte sulle gare d'appalto orientano in modo decisivo l'economia di un intero territorio. Il controllo dell'organo di revisione è il sigillo finale sull'esercizio del potere.
"La politica regionale abruzzese non si nutre di riforme strutturali, ma di un incessante posizionamento tattico: un ecosistema burocratico chiuso in cui il controllo capillare dei nomi precede sistematicamente la gestione dei dossier."
Il "riordino" perenne e la chimera delle coperture finanziarie
Il vero colpo di genio di questa architettura del potere è che il continuo e frenetico spostamento di pedine viene regolarmente mascherato sotto il rassicurante e tecnocratico velo del "riordino istituzionale". L'Abruzzo si conferma una regione cronicamente afflitta da una forma di bulimia legislativa quando si tratta di riformare, frammentare o accorpare i propri enti periferici. Dalla storica Legge Regionale n. 4 del 24 marzo 2009, che dettava i principi generali del riordino degli Enti regionali, passando per la corposa Legge Regionale n. 24 del 2021 (dedicata al Riordino enti, aziende regionali, fondazioni, agenzie regionali, società e consorzi comunque denominati, con esclusione del settore sanità), il consiglio regionale non smette mai di varare nuove architetture organizzative.
Tuttavia, quando si scende dal piano teorico delle nomine a quello inesorabile dei numeri e dei bilanci, il castello mostra inquietanti e diffuse fragilità. La Corte Costituzionale, infatti, è costretta a intervenire ciclicamente per sanzionare le leggerezze delle normative regionali abruzzesi, colpevoli di evidenti difetti strutturali o, più spesso, di grave mancanza di coperture finanziarie. Basti ricordare la Sentenza n. 106 del 2022, con cui i giudici della Consulta hanno dichiarato l'illegittimità costituzionale di alcune disposizioni collegate proprio alle leggi di spesa e di riordino della Regione Abruzzo.
Il paradosso è accecante: si legifera a ritmi serrati per creare nuove agenzie, si scorporano competenze, si definiscono con precisione certosina i poteri, le indennità e le prerogative dei direttori generali, dei sub-commissari e dei revisori legali, ma si inciampa sistematicamente e rovinosamente sulla sostenibilità economica e costituzionale delle manovre. È questa l'essenza più profonda di un governo focalizzato in modo quasi ossessivo sui Nomi: la poltrona, l'ufficio e la catena di comando vengono concepiti, difesi e votati prima e con maggiore cura rispetto al bilancio necessario a sostenerli. E mentre l'apparato politico è impegnato in estenuanti mediazioni per definire chi debba sedere dove, la gestione dei dossier reali che affliggono i cittadini abruzzesi – dalla sanità al collasso, ai trasporti inefficienti, fino alla gestione dei fondi PNRR – subisce un inevitabile e drammatico rallentamento. Mentre i consiglieri calcolano al millimetro i voti necessari per blindare una commissione di controllo o ricattano l'alleato di turno minacciando l'abbandono di una federazione, le urgenze territoriali restano rigorosamente in sospeso.
Conclusioni: l'ombra di una paralisi strutturale
Analizzare l'Abruzzo a cavallo tra il 2025 e il 2026 esclusivamente attraverso il filtro asettico ma rivelatore degli atti consiliari, delle delibere di giunta e dei bollettini BURA restituisce l'immagine nitida di una macchina amministrativa complessa e articolata. Si tratta di un meccanismo perfettamente legale nei suoi ingranaggi formali, ma pericolosamente assorbito in modo totalizzante dalla propria autoconservazione e riproduzione. Il cinismo dei numeri e dei documenti ufficiali non lascia vie di fuga interpretative: quando un'amministrazione impiega le gambe delle sue migliori intelligenze giuridiche e politiche per pianificare e gestire chirurgici valzer di revisori contabili nella settimana di Ferragosto, o per orchestrare e ritirare psicodrammi consiliari nell'arco di appena ventiquattro ore, il messaggio inviato alla società civile e al tessuto produttivo è inequivocabile e sconfortante.
Il governo dei "nomi" ha letteralmente cannibalizzato il governo dei "dossier". Fino a quando la politica regionale abruzzese, a prescindere dal colore delle maggioranze temporanee, continuerà a considerare la spesa pubblica, l'organizzazione degli enti strumentali e le nomine di garanzia come mere appendici logistiche delle segreterie di partito o come merce di scambio per mantenere in vita gracili alleanze consiliari, ogni narrazione istituzionale di rilancio territoriale resterà confinata nel perimetro sterile della propaganda pre-elettorale. Il vero, autentico banco di prova per il secondo esecutivo Marsilio non sarà l'atteso e salvifico allargamento della giunta a otto membri – che prima o poi arriverà da Roma a sanare le ferite interne – ma la capacità, finora del tutto non pervenuta, di slegare l'efficienza amministrativa regionale dal logorante ricatto permanente delle quote correntizie.

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