Abruzzo, 1114 stabilizzati e 6mila assunti: cosa significano davvero i numeri della Giunta?
La matematica del trionfo: anatomia di un comunicato
Il 12 novembre 2025, la Giunta regionale dell'Abruzzo ha licenziato una delibera destinata a dominare, e in parte ipnotizzare, la narrazione politica del territorio. Su proposta dell'assessore alla Salute Nicoletta Verì, l'esecutivo ha formalizzato la proroga al 31 dicembre 2025 del termine utile per maturare i requisiti necessari alla stabilizzazione del personale precario assunto a tempo determinato dalle Aziende Sanitarie Locali. La cornice normativa recepisce docilmente le modifiche statali, garantendo l'accesso alle procedure a chiunque abbia cumulato 18 mesi di anzianità, anche in forma frammentata e non continuativa, tra il 31 gennaio 2020 e la fine del 2025.
Fin qui, siamo nel regno della cruda burocrazia. Ma è nei corollari statistici del comunicato che si cela la vera dottrina amministrativa della Regione. Nella tornata precedente, secondo i dati consolidati ai primi mesi del 2024, i dipendenti interessati dalle stabilizzazioni sono stati 1.114, innestati su un tessuto connettivo di oltre 6.000 assunzioni effettuate nel quinquennio 2019-2024. La medesima delibera specifica, a tutela dei bilanci, che le procedure di stabilizzazione andranno a coprire esattamente il 50 per cento del fabbisogno complessivo, lasciando la restante metà alle ordinarie e farraginose procedure di reclutamento concorsuale.
Sul piano prettamente elettorale e comunicativo, l'operazione è ineccepibile: il nemico giurato è il precariato, l'arma pacificatrice è il contratto a tempo indeterminato, il risultato esibito è una sanità che, sulla carta millimetrata della politica, non è mai stata così popolata di professionisti tutelati. Tuttavia, un'osservazione cinica, oggettiva e di sistema impone di separare rigidamente il destino del lavoratore da quello del paziente. Stabilizzare un infermiere, un medico o un operatore socio-sanitario (OSS) è un atto di giustizia contrattuale che consolida il ruolo delle ASL (L'Aquila, Chieti, Pescara, Teramo) come i più imponenti ammortizzatori sociali e datori di lavoro del territorio. Ma questo ingrossamento pervasivo dell'organico si traduce matematicamente in una misurabile efficienza nelle corsie o in una contrazione tangibile delle liste d'attesa? L'analisi implacabile dei costi e degli output clinici suggerisce un divorzio silenzioso e preoccupante tra la spesa pubblica sostenuta e il diritto alla salute effettivamente garantito.
L'escalation dei costi: dai 669 ai 705 milioni di euro
L'architettura finanziaria che sorregge questo esercito sanitario ha un peso specifico che incide in modo geologico sui bilanci regionali. Il medesimo documento del novembre 2025 certifica un dato inequivocabile e privo di appelli: la spesa complessiva per il personale del servizio sanitario regionale è passata dai 669 milioni di euro del 2019 all'impressionante soglia dei 705 milioni nel 2024. Stiamo parlando di un incremento secco di 36 milioni di euro annui, una cifra che, se applicata ai parametri di un'azienda privata, imporrebbe al consiglio di amministrazione di pretendere un ritorno sull'investimento (ROI) immediatamente misurabile in termini di produttività, fatturato e quote di mercato.
Nella sanità pubblica abruzzese, il vero "fatturato" si misura in salute erogata, in tempi di intervento compressi, in diagnostica precoce e in capacità attrattiva dei poli ospedalieri. L'aumento della voce di bilancio legata al personale non è di per sé un anatema politico; lo diventa inesorabilmente nel momento in cui la distribuzione di questa spesa risponde più a logiche di pacificazione sindacale e di scorrimento delle graduatorie pregresse, piuttosto che a una spietata, lungimirante programmazione clinica. Il sistema assume per saturare le carenze storiche, ma spesso immette nel circuito decine di amministrativi, tecnici o profili generici in proporzioni disallineate rispetto alla drammatica e inascoltata fame dei reparti salvavita.
I pronto soccorso, trincee del collasso quotidiano, continuano a soffrire la carenza di medici specializzati in medicina d'urgenza; le sale operatorie girano a ritmi ridotti per la cronica mancanza di anestesisti, e la fantomatica medicina territoriale stenta a posare la prima pietra. La spesa lievita a 705 milioni di euro, eppure il cittadino che tenta di prenotare una colonscopia con urgenza differibile o un'ecografia mammaria preventiva tramite il Centro Unico di Prenotazione (CUP) si scontra ancora con agende serrate, numeri verdi staccati o attese palesemente incompatibili con l'urgenza di una diagnosi. Questo paradosso finanziario ci insegna una lezione tanto antica quanto ignorata: finanziare il serbatoio di una macchina non significa necessariamente migliorarne la velocità o la direzione. Significa, molto più banalmente, assicurarsi che il motore non si spenga, indipendentemente dal fatto che l'auto stia procedendo in avanti o stia girando a vuoto nel cortile dell'assessorato.
Il paradosso clinico: un esercito in corsia, 160mila pazienti in fuga
Se la Giunta regionale celebra con legittimo orgoglio sindacale le 1.114 stabilizzazioni, gli istituti di ricerca indipendenti tracciano una cartella clinica dell'Abruzzo dai contorni tendenti all'allarme rosso. L'Ottavo Rapporto sul Servizio sanitario nazionale della Fondazione Gimbe, diffuso nell'ottobre 2025, agisce come un mezzo di contrasto implacabile sulle narrazioni istituzionali. Secondo l'analisi, l'Abruzzo precipita al diciottesimo posto in Italia per l'adempimento dei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), ottenendo un deprimente punteggio di 182 su un massimale di 300 (dati relativi all'anno 2023). La regione è formalmente declassata e classificata come "inadempiente" secondo i rigidi parametri del Nuovo Sistema di Garanzia, collezionando insufficienze mortificanti in aree critiche come la prevenzione collettiva e l'assistenza distrettuale.
Tuttavia, c'è un numero all'interno del report Gimbe che fa impallidire i bollettini dei 6.000 contratti firmati: nel corso del 2024, il 12,6 per cento dei cittadini abruzzesi ha dichiarato di aver rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria. Stiamo parlando di un silenzioso esercito di quasi 160.000 persone che, schiantatesi contro il muro di gomma delle liste d'attesa pubbliche e nell'impossibilità economica di rifugiarsi nei tariffari del privato, hanno semplicemente smesso di curarsi. Un dato che segna un tragico incremento di 3,4 punti percentuali rispetto all'anno precedente. Come si giustifica razionalmente un sistema che divora 705 milioni di euro all'anno per stipendiare il proprio personale, affiancato a una popolazione che rinuncia alla salute in proporzioni così endemiche?
La risposta, algida e ineludibile, risiede nella strutturale incapacità di convertire la mera presenza di forza lavoro in servizi territoriali fluidi ed efficienti. L'Abruzzo continua a pagare un salasso milionario per la cosiddetta mobilità sanitaria passiva. Nel 2022, il saldo negativo generato dai cittadini abruzzesi costretti a migrare fuori regione per ottenere cure adeguate ammontava a 104,1 milioni di euro. I pazienti fuggono verso l'Emilia-Romagna, il Veneto e la Lombardia in cerca di certezze chirurgiche. Mentre i malati emigrano con le valigie in mano, le infrastrutture locali restano un cantiere di promesse: sempre secondo i dati Agenas citati da Gimbe a metà 2025, a fronte di una sontuosa programmazione finanziata dal PNRR per la costruzione di 42 Case della Comunità sul territorio abruzzese, esattamente zero risultavano attive e funzionanti. Assumiamo 6.000 persone, ma falliamo nel costruire i luoghi fisici in cui questa armata dovrebbe intercettare il bisogno di salute primario.
Liste d'attesa e conflitti politici: la vera malattia del sistema
Per comprendere l'ingranaggio fino in fondo, occorre analizzare le rilevazioni di inizio 2026. Nel febbraio del 2026, la Regione ha reso noti i dati elaborati dal RUAS (Responsabile Unico dell'Assistenza Sanitaria), organo di garanzia istituito dalla controversa Legge del luglio 2024 e attuato dalla Giunta con la delibera n. 35 del 22 gennaio 2025, con l'esatto scopo di disinnescare la mina delle liste d'attesa e monitorare i manager aziendali. Il rapporto racconta uno sforzo quantitativo monumentale: nel 2025 le Asl avrebbero erogato complessivamente 1 milione e 615mila prestazioni (circa 1,27 per ogni singolo abitante), riportando nei binari le priorità "Urgenti" (rispettate nel 94,4% dei casi) e compiendo enormi balzi in avanti sulle agende a priorità "Breve", schizzate dal 46,8 al 78,6 per cento.
Numeri pesanti, che si sono immediatamente trasformati in un ring per la classe dirigente. Da un lato il Presidente del Consiglio regionale Lorenzo Sospiri, in difesa della rigida valutazione positiva concessa ai direttori generali (come Vero Michitelli della ASL di Pescara), dall'altro gli attacchi del Partito Democratico con Silvio Paolucci, pronti a denunciare accavallamenti normativi e opacità valutative. Ma spogliando il tavolo dalle bandiere di partito, lo stesso report RUAS evidenzia un cancro organizzativo che rende vano l'aumento dell'organico: la mancata appropriatezza prescrittiva. Se un sistema stabilizza mille dipendenti ma non organizza il territorio, i pronto soccorso continueranno a esplodere per codici bianchi che andrebbero curati a casa. Se i medici di famiglia, oberati e senza difese, prescrivono esami inutili per pura medicina difensiva, le liste d'attesa rimarranno un imbuto asfissiante. Stabilizzare l'impiegato al CUP o l'infermiere di reparto è un atto dovuto, ma senza un filtro clinico intelligente equivale a cercare di svuotare una nave in procinto di affondare usando una tazzina da caffè.
"La stabilizzazione burocratica cura l'angoscia e il precariato del professionista, ma non riduce di un millimetro l'emorragia dei pazienti. Stiamo innaffiando con 705 milioni di euro una mastodontica idrovora amministrativa che, pur costando 36 milioni in più, osserva impotente 160.000 cittadini rinunciare al proprio diritto costituzionale alla salute e paga oltre 100 milioni di mobilità passiva ad altre regioni. Celebriamo un innegabile trionfo sindacale mascherando un cocente e sistematico fallimento clinico."
Conclusione: chi stiamo curando davvero?
Arriviamo dunque all'osso della questione, sfrondando il dibattito pubblico dalle propagande assessoriali e dalle militanze preconcette delle opposizioni. Le 1.114 stabilizzazioni varate dalle ASL in Abruzzo, accompagnate dalle nuove proroghe a fine 2025, rappresentano senza la minima ombra di dubbio una luminosa conquista sul fronte del diritto del lavoro. Nessun analista lucido e onesto potrebbe auspicare il cinico mantenimento di un precariato di Stato in settori nevralgici, stressanti e logoranti come quello della cura della persona.
Il difetto di fabbrica, la deviazione morale, risiede tutta nell'equazione mendace che la politica regionale cerca storicamente di vendere all'opinione pubblica: l'illusione ottica che l'assunzione di personale equivalga in maniera automatica e intrinseca alla guarigione del malato. I freddi bilanci pluriennali e i monitoraggi terzi della Fondazione Gimbe ci raccontano una realtà diametralmente opposta e infinitamente più cinica. La spesa cresce, l'organico pubblico si gonfia, le tutele contrattuali si stratificano, eppure i reparti continuano a denunciare voragini di profili ad alta specializzazione. I cittadini più fragili, spinti ai margini del sistema, rinunciano dolorosamente a farsi curare, mentre la borghesia regionale fa le valigie, sale in treno e va a farsi operare nelle eccellenze del Nord Italia.
L'Abruzzo, in definitiva, sta curando in maniera impeccabile il suo sistema burocratico. Sta alimentando il circuito vitale di un formidabile bacino economico e sociale che orbita incessantemente attorno alle quattro Aziende Sanitarie Locali. Ha blindato i contratti, ha firmato le carte, ma non ha mai avuto il coraggio impopolare di riprogettare i processi. Finché il successo di una legislatura si misurerà unicamente con la metrica del "quanti ne abbiamo assunti" anziché del "quanti ne abbiamo guariti, in quanto tempo e con quale grado di civiltà", i 705 milioni di euro spesi per il personale rimarranno l'equivalente di una tassa occulta sull'inefficienza. Un pedaggio invisibile che il cittadino abruzzese finisce per pagare sempre due volte: prima con l'addizionale IRPEF per finanziare lo stipendio del sistema, e poi con la propria vita, attendendo mesi per una diagnosi che dovrebbe essere l'alfabeto di uno Stato civile, e non l'ennesima lotteria della burocrazia regionale.

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